Tecnologia al Vostro servizio

Servizi

Servizi

Partneship con Guldmann

La crescente attenzione che Blutechnologies riserva agli alberghi, ha portato ad ottenere la certificazione di installatore e manutentore autorizzato dei prodotti e servizi Guldmann™, azienda leader nel settore delle tecnologie applicate al benessere delle persone con ridotte capacità motorie.

Riabilitazione e recupero fisico molto spesso costituiscono un punto di forza per gli alberghi del bacino termale Euganeo, ma altrettanto spesso le difficoltà derivate dal compensare la difficoltà motoria dell’utente, richiede un grande impegno fisico da parte del terapeuta.

In soccorso a questa situazione di evidente difficoltà e con lo scopo di offrire un confort ottimale all’utente, arriva proprio l’esperienza di Guldmann, con i suoi prodotti e servizi.

Servizi, Tecnologia

I soccorsi anche dove non è possibile con i nuovi droni pieghevoli

DRONI come uccelli, in grado di piegare le loro “ali” per passare attraverso le più piccole fessure. Li hanno realizzati i ricercatori dell’università di Zurigo che adesso puntano a sviluppare un algoritmo per rendere il robot completamente autonomo e capace di scegliere da solo qual è la via giusta da fare davanti a un percorso accidentato. “L’obiettivo finale è dare un alto livello di ‘istruzione’ al drone per far sì che possa entrare e uscire da un edificio dopo aver ispezionato ogni stanza, capendo in autonomia come riuscirci”, spiega Davide Falanga, principale autore dello studio appena pubblicato su IEEE Robotics and Automation Letters.

COME FUNZIONA

Il meccanismo dietro è molto semplice. Si tratta di un drone con quattro eliche che funzionano indipendentemente tra loro, montate su supporti mobili in grado di ruotare intorno al telaio principale. Tutto merito di motori dotati di un sensore che fornisce feedback sulla posizione (servomotors). L’asso nella manica è un sistema che permette di adattarsi in tempo reale a ogni nuova posizione delle braccia, regolando la propulsione delle eliche man mano che il centro di gravità si sposta. Così il drone riesce a farsi più compatto, continuando comunque a volare. Se ha davanti una finestra rotta o delle sbarre, può assumere la forma di una H con tutte le braccia allineate lungo un asse, oppure quella di una O con i supporti piegati il più possibile vicino al corpo. 

Un altro cambiamento gli permette di afferrare qualcosa, allineando due braccia sullo stesso asse, per stringerla. Mentre se si vuole avvicinare la telecamera di bordo all’oggetto che il drone deve analizzare si ha l’opportunità di stendere due braccia in orizzontale e le altre due in verticale, andando a creare una sorta di T. Una volta completata la missione, il robot torna alla classica struttura a cui siamo abituati. Quella di una X. Un’idea che gli scienziati hanno avuto proprio prendendo a modello gli uccelli, il modo in cui piegano le ali a metà per volare tra le rocce.

L’OBIETTIVO: AIUTARE I SOCCORSI

Lo scopo “è aiutare i soccorritori che si trovano di fronte a edifici danneggiati da incendi o terremoti”, commenta Davide Scaramuzza, direttore del Robotics and Perception Group dell’università di Zurigo, il laboratorio dove è stata condotta la ricerca. Situazioni a rischio, dove un aiuto robotico potrebbe fare la differenza. “Questo tipo di drone riuscirebbe a cercare persone intrappolate e, una volta trovate, a guidare la squadra nella direzione giusta. O a trasportare una bottiglietta d’acqua, o un kit di primo soccorso. Un lavoro che i prodotti commerciali attualmente usati nelle operazioni di ricerca non riescono a fare per via di una forma rigida. Caratteristica che non gli consente di passare attraverso finestre rotte o dotate di inferriate, limitando il loro possibile contributo”. 

Fonte: Repubblica/Tecnologia

Informatica, Senza categoria, Servizi, Tecnologia

Hypersurfaces.. Ogni superfice diventa uno schermo tattile

Bruno Zamborlin, 35 anni di Vicenza, è convinto di avere per le mani la tecnologia che cambierà tutto. Con la sua Hypersurfaces, che ha fondato a Londra dove risiede da oltre una decade, ha appena annunciato di aver messo a punto un microchip da pochi dollari capace di trasformare ogni superficie in uno schermo tattile. “Pareti, tavoli, pavimenti, divani, specchi… qualsiasi oggetto potrà diventare un’interfaccia”, racconta lui stesso con entusiasmo.

Il microchip è collegato ad un sensore che percepisce le vibrazioni che a loro volta vengono interpretate e riconosciute da un algoritmo. Zamborlin del resto, dopo la laurea all’Institut de Recherche et Coordination Acoustique/Musique (Ircam) di Parigi, ha completato un dottorato in Inghilterra in intelligenza artificiale e interazione. Es è alla sua seconda startup dopo Mogees, che applicava un principio del genere ma per la creazione di suoni e musica.

Hypersurfaces, che dovrebbe arrivare nel 2019 a prezzi molto bassi, “potrà far capire ad un pavimento se in casa siamo entrati noi o i nostri figli o se il gatto sta attraversando il soggiorno. O ancora al piano della cucina di distinguere se si sta passando il dito da destra a sinistra o da sinistra a destra o ancora quali oggetti sono poggiati sopra”. Si riuscirà quindi aprire la porta bussando in un certo modo, abbassare il volume della tv passando la mano sul bracciolo del divano, accendere la luce toccando il muro all’entrata, chiedere al tavolo se le chiavi sono sulla sua superficie.

Domandiamo a Zamborlin se un tavolo potrà mai avere la precisione di uno schermo tattile, la risposta è un po’ evasiva. O meglio, il fondatore di Hypersurfaces sostiene non sia quello l’intento. Lui vuol spargere comandi digitali in giro per casa. Ha già raccolto un milione e mezzo di euro ed attratto l’attenzione delle multinazionali del giocattolo. “Non è possibile che il nostro futuro sia l’interagire con il polpastrello sul display da sei pollici dello smartphone o digitando su una tastiera”, conclude lui. “Troppo limitato e limitante”.

 

 

Fonte: Repubblica/Tecnologia

Reti, Servizi, Tecnologia

Elon Musk lancerà altri 7518 satelliti nello spazio

Internet anche nelle aree più remote del mondo. Elon Musk si getta a capofitto nell’impresa con Space X. La società ha infatti ottenuto l’autorizzazione a mettere in orbita 7518 satelliti dalla Federal Communications Commission (Fcc), che nello stesso tempo ha chiesto però di ridurre i crescenti rischi legati ai detriti spaziali.

Space X ha già due satelliti di prova in orbita e in precedenza si era aggiudicata l’autorizzazione per altri 4425 satelliti, anche questi progettati per fornire comunicazioni a banda larga ma utilizzando orbite alte, oltre i mille chilometri dal nostro pianeta. Gli ultimi invece saranno micro satelliti di nuova generazione (alcuni lunghi solo 10 centimetri e pesanti meno di un chilo e mezzo) che, volando veloci su orbite molto più basse e collegati tra loro, consentiranno di coprire in modo capillare ogni angolo del mondo, senza limiti legati alle condizioni meteo. E con minori costi.

Secondo stime ufficiose, non confermate dall’azienda, SpaceX punterebbe a raggiungere entro il 2025 un fatturato da canoni di connessione a banda larga di 30 miliardi di dollari. Con la sua flotta di quasi 12 mila satelliti, Musk potrebbe diventare lo zar dell’etere, dato che attualmente intorno alla Terra orbitano meno di 2000 satelliti attivi.

Una nuova sfida, che si aggiunge a quella delle auto elettriche senza pilota, alle autostrade sotterranee veloci, alle batterie di nuova generazione, alle navicelle spaziali di Space X e ai piani per sbarcare su Marte. Quanto al pericolo dei detriti spaziali, Musk ha presentato un piano per far rientrare nell’atmosfera tutti i satelliti un anno dopo la fine della loro vita operativa.

Informatica, Reti, Risparmio energetico, Servizi, Tecnologia

Ericsson e gli smart robot

Da poco Ericsson ha festeggiato i suoi 100 anni di storia in Italia. E nell’evento milanese sono state presentate demo del 5G: questa nuova tecnologia di tramissione applicata alla robotica, alla musica connessa, al VRGaming e all’automazione industriale.

Ericsson Smart System per smart robot
La demo è il risultato di un progetto in collaborazione con IIT, un’iniziativa che ha lo scopo di comprendere i benefici che la robotica trarrà dalla rete 5G. Il robot iCub cammina e interagisce con alcuni oggetti controllato in remoto da un operatore umano dotato di Oculus e relativi controller. L’operatore vede tramite gli occhi del robot e il robot imita tutti i suoi movimenti in tempo reale. Le performance del robot sono rese possibili grazie all’infrastruttura di rete 5G che IIT ed Ericsson stanno sperimentando per l’assistenza sanitaria remota per mezzo di dispositivi robotici come robot chirurgici e sistemi diagnostici e terapeutici robotici.

Musica Connessa
Grazie al 5G, musicisti localizzati in luoghi diversi avranno la possibilità di suonare in tempo reale. Durante la demo i componenti della band, situati su due piani diversi, hanno dimostrato in modo pratico e reale come sia davvero possibile, grazie alla bassa latenza del 5G, sincronizzare una cosa cosi complessa come la musica. Il progetto si chiama Music Connect.

Realtà virtuale
La rete 5G è stata usata per una dimostrazione riguardante il futuro della realtà virtuale. Le applicazioni di realtà virtuale sono già oggi capaci di portare innovazione in molti settori tra cui il turismo, la sanità e il gaming. Il 5G grazie alla velocità di trasmissione dei dati, alla bassa latenza e al risparmio energetico, consentirà lo sviluppo di queste applicazioni offrendo un’esperienza immersiva mai vista prima.

Automazione Industriale
La tecnologia 5G consente di ottimizzare il processo produttivo, di rilevare tempestivamente i problemi di qualità per prevenire i difetti e di apportare miglioramenti continui, mentre si svolgono attività di manutenzione predittiva e preventiva. La collaborazione tra Ericsson e Comau ha dimostrato come un sistema robotico intelligente sia in grado di svolgere varie attività, tra cui assemblaggio, gestione e confezionamento, utilizzando la tecnologia 5G per la connettività e il coordinamento tra robot/sensore e il remote controller nel cloud.

 

Fonte: Repubblica/Tecnologia

Informatica, Servizi, Tecnologia

Il futuro della tv secondo Samsung

Prendete il telecomando del televisore e mettetelo da parte. Tra qualche anno potrebbe essere un cimelio dal valore inestimabile. Nel corso della Samsung Developer Conference di inizio novembre, nel corso della quale è stato presentato lo smartphone pieghevole Samsung e fornito qualche dettaglio sul prossimo Galaxy S10, la casa sudcoreana ha dato un assaggio di come sarà il TV del futuro.

Come abbiamo accennato, diremo addio al telecomando e avremo la possibilità di controllare il televisore tramite la telepatia. Per passare da un canale a un altro, per abbassare o alzare il volume e, ovviamente, per accendere o spegnere il TV sarà sufficiente pensarlo e, nel giro di una frazione di secondo, il dispositivo risponderà al comando inviato tramite il nostro pensiero. La tecnologia è stata inizialmente pensata e sviluppata per le persone con problemi di mobilità, come chi è affetto da quadriplegia e altre forme di paralisi ma potrebbe rappresentare una rivoluzione per l’intero settore degli elettrodomestici. Se dovesse funzionare, potremmo usare e controllare lavastoviglie, forno e lavatrice (tanto per fare tre esempi) a distanza e senza bisogno di interfacce video.

Come funziona il TV che si controlla con il pensiero

Per far funzionare il software per controllare TV ed elettrodomestici con la telepatia ha collaborato con il Center of Neuroprosthetics dell’Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFL) per tre mesi raccogliendo dati e informazioni su come funzioni il cervello quando ha bisogno di qualcosa e vorrebbe compiere un’azione. Una volta che si hanno dati a sufficienza su come funzionano le onde cerebrali e la loro corrispondenza con le varie azioni che si compiono (o si vorrebbero compiere) è possibile creare un modello di lavoro. A questo, poi, si uniscono vari algoritmi di machine learning che permettono di trasformare gli impulsi cerebrali in azioni concrete che, nel caso specifico, si traducono nel cambiamento dei canali o nell’aumento del volume del TV.

 

Fonte: Tecnologia.Libero

Informatica, Servizi, Tecnologia

Un nuovo strumento di sorveglianza per la Cina

DOPO i passi da gigante nel riconoscimento facciale, in grado di individuare un latitante nel bel mezzo di un concerto con migliaia di persone, in Cina i sistemi di sorveglianza continuano a farsi sempre più raffinati. Adesso sembra che le autorità stiano lavorando a un meccanismo in grado di riconoscere una persona in base al modo in cui cammina o al profilo del corpo. Il sistema è già in fase di sperimentazione a Pechino e Shanghai, anche in virtù dell’elevatissimo numero di videocamere di sorveglianza distribuite per le strade.

Inutile dire, ovviamente, che si tratta di un nuovo strumento che solleva altre preoccupazioni sui sistemi di controllo e repressione del dissenso nella Repubblica popolare, ormai in grado di seguire i cittadini in gran parte delle loro esistenze, specialmente quelli nelle sterminate aree metropolitane. A mettere a punto il riconoscimento “camminante” la società Watrix, guidata da Huang Yongzhen che ha spiegato come sia in grado di identificare una persona da circa 50 metri, anche se è di spalle o se il volto è coperto. Insomma, la faccia non serve più: adesso in Cina ti scovano con la silhouette.
In pratica lo strumento riempie i vuoti degli attuali sistemi di sorveglianza che continuano ad avere bisogno di immagini piuttosto ravvicinate e in alta risoluzione. E soprattutto, del volto. All’invenzione di Watrix, al contrario, basta un’immagine chiara della persona mentre cammina, anche se presa di lato o, come detto, da dietro. “Non serve il contributo delle persone per riconoscerle – ha spiegato Huang all’Ap illustrando questa sorta di sistema alla Person of Interest – l’analisi dell’andatura e dei passi non può essere compromessa e camuffata zoppicando, camminando coi piedi larghi o ingobbendosi visto che analizziamo tutte le caratteristiche del corpo”.

A quanto pare il gruppo ha già raccolto 14,5 milioni di dollari per finanziare la sua ricerca ed è al momento testato nel contrasto alla microcriminalità, per esempio per identificare i fuggitivi nella folla. Dovrebbe essere integrato al sistema nazionale cinese di sorveglianza.

 

 

Fonte: Repubblica/Tecnologia

Servizi, Tecnologia

Google car a guida autonoma, neanche il collaudatore

Nessuno a bordo: in California le auto a guida autonoma potranno andare in giro da sole. Senza collaudatore, tester o ingegnere nell’abitacolo, pronto a prendere i comandi in caso di emegenza.

Crolla un tabù: siamo davanti ad una tappa fondamentale nella sperimentazioine dell’auto senza pilota che ora rende davvero onore al suo nome. Waymo, la divisione vetture driveless di Google, ha infatti appena incassato l’ok per provare le sue macchine sulla strade della California. E lo stato americano si porta a casa così il primato mondiale perché mai nessuno prima aveva autorizzato una cosa del genere, anche se ormai, in tutto il pianeta, più di 60 aziende hanno il permesso di provare su strada – in diversi Paesi – le proprie auto autonome.

Certo, dopo il famoso incidente di Uber abbiamo tutti visto l’inutilità della presenza a bordo del “pilota”, e tutti sappiamo che dal punto di vista statistico le vetture driveless sono sicurissime. Ma nella corsa della realizzazione dell’auto a guida autonoma, siamo comunque davanti ad una tappa epocale. A proposito di tappe, visto che ormai sul tema se ne sentono di tutti i colori, ecco lo stato dell’arte della situazione, secondo l’Istituto Federale di Ricerca per i Trasporti e la Mobilità tedesco (il Bundesanstalt für Straßenwesen), che ha definito i 5 livelli di guida autonoma, considerati oggi uno standard per tutti.

 

Livello 1: guida assistita – IN VENDITA
Per questo livello basta avere il Cruise Control o il più evoluto Adaptive Cruise Control. Quindi molto diffuso. In pratica è un supporto alla guida e il sistema non assume mai il pieno controllo della vettura.

I sistemi di assistenza mantengono la vettura nella giusta corsia e alla corretta distanza di sicurezza dal veicolo che la precede. In questo modo il conducente può riposare sia le gambe che le mani, ma il livello di attenzione deve rimanere alto in caso si verifichi la necessità di intervenire tempestivamente.

Livello 3: guida altamente automatizzata – IN VENDITA ma in fase Prototipale
La persona che si trova al volante può staccare gli occhi dalla strada perché l’auto sterza, frena e accelera da sola. Caratteristica ulteriore è che le auto di questo tipo sono anche già in grado di comunicare tra loro. Ad esempio, L’Audi A8 è stata la prima vettura di serie a raggiungere questo livello di automazione, anche se la legislazione di molti Paesi ancora non la prevede.

Livello 4: guida completamente automatizzata – ALLO STUDIO, di serie nel 2025
L’auto guida autonomamente per la maggior parte del tempo, non soltanto in occasioni particolari di reale necessità. Sa gestire situazioni complesse senza che il conducente debba intervenire. Egli così si trova sempre ovviamente in posizione di guida, ma nel frattempo può occuparsi anche di altro mentre l’auto procede. Per questo tipo di tecnologia siamo ancora in fase prototipi. Nessun’auto di serie ha questa dotazione, anche per motivi legati alla legislazione della maggior parte dei Paesi.

Livello 5: guida autonoma – ALLO STUDIO, di serie nel 2030 circa
Parliamo del massimo livello di guida autonoma, nei veicoli sparirà addirittura il volante. Si tratta di auto super intelligenti, connesse con le infrastrutture e anche con gli altri veicoli. In questo modo, possono muoversi in modo più sicuro in ogni genere di situazione e condizione, senza alcun disturbo. Il conducente non esisterà più, sarà al pari di ogni altro passeggero.

 

 

Fonte: Repubblica/Tecnologia

Informatica, Reti, Servizi, Tecnologia

La nazionale italiana di hacker

LUCCA – Hanno tra i 17 e i 23 anni e sono pronti a difenderci da una guerra digitale. È la nazionale italiana di hacker che tra il 14 e il 17 ottobre parteciperà ai campionati europei di sicurezza informatica. Una competizione promossa dalla Commissione europea e dall’Agenzia europea per la sicurezza delle reti dell’informazione (Enisa) che li vedrà sfidare 16 team. La battaglia sarà a Londra dove i ragazzi si contenderanno la vittoria a colpi di crittografia, protezione di siti web e creazione di virus in grado di mettere ko pc e smartphone. Le squadre che temono di più sono Romania, Polonia e Germania.
“Ma siamo ben allenati, possiamo batterli”, dice il capitano, Giovanni Schiavon, 22 anni, ex studente del Politecnico di Milano e fresco d’assunzione: andrà a lavorare a Google e sogna una “sicurezza informatica a portata di tutti”. Un’esperienza che si ripete per il secondo anno consecutivo dopo un esordio niente male: una medaglia di bronzo conquistata nel 2017, a Malaga, in Spagna. “Il livello di competenza dei ragazzi è cresciuto”, spiega l’allenatore Marco Squarcina, 33 anni, ricercatore di sicurezza informatica. “Vedere i loro miglioramenti man mano che facciamo competizioni a livello internazionale è ciò che dà più soddisfazione. L’anno scorso siamo riusciti a classificarci al Def Con di Las Vegas, una battaglia tra gli hacker migliori del mondo e su 24 squadre ci siamo piazzati settimi. Nel 2009, quando ho iniziato io, era solo un sogno, oggi è realtà”.
Squarcina è uno degli organizzatori di CyberChallenge.IT, un percorso di formazione supportato dal Cini, il consorzio interuniversitario nazionale per l’informatica, in cui sono stati selezionati i giovani che tra qualche settimana ci rappresenteranno in Europa. La cernita è durata sei mesi e ha visto lottare 160 ragazzi, in otto città italiane. Sono rimasti in dieci. C’è Andrea Biondo, specializzato nell’analizzare programmi e prendere il controllo del dispositivo su cui sono installati. C’è Qian Matteo Chen, il mago della crittografia, quel ramo della sicurezza informatica che ci permette di inviare i messaggi senza che qualcun altro legga il contenuto. Tutti vedono l’informatica come una sfida intellettuale. Di sicuro non si riconoscono nella definizione mediatica che spesso associa la parola hacker a criminali. Sugli stereotipi che li vogliono incappucciati e solitari, invece, preferiscono scherzarci su. Anche perché i tempi sono cambiati, assicura Biondo che è anche un buon ballerino di break dance: “Oggi fare l’hacker va di moda”.
Non solo, “le loro competenze sono fondamentali e lo diventeranno sempre di più”, assicura Paolo Prinetto, presidente del Cini. “Ecco perché stiamo creando laboratori in cui i ragazzi possano sfidarsi a difendersi dagli attacchi informatici come ad attaccare: le due attività vanno a braccetto”. Quest’anno la competizione europea darà maggiore attenzione alla sicurezza degli hardware. Una scelta che trova radici in una notizia che ha fatto scalpore nel settore a inizio anno: la scoperta di Meltdown e Spectre, due bug nei processori con cui sono costruiti i nostri dispositivi. I ragazzi si sono allenati alla Scuola Imt alti studi di Lucca, dove sono stati in ritiro tre giorni. Come una squadra di calcio. Ma l’anima nerd è nei dettagli. Nel passatempo che Lorenzo e Jacopo usano per distrarsi: aprire dei lucchetti. Tutto, in fondo, nasce da qui: trovare un modo per aggirare i limiti.
Informatica, Servizi, Tecnologia

L’Ai per salvare vite umane!

L’INTELLIGENZA artificiale per gestire le emergenze e tutelare bambini, rifugiati e sfollati. È il programma quinquennale da 40 milioni di dollari – “Ai for Humanitarian Action” – lanciato da Microsoft per contrastare “le persistenti crisi umanitarie derivanti da disastri sia naturali sia causati dall’uomo, oppressioni e altre emergenze”.

La compagnia di Redmond vuole valorizzare le potenzialità dell’Intelligenza artificiale (Ai) al servizio degli interventi per la gestione delle emergenze, per la difesa di bambini, rifugiati e sfollati, e per la promozione del rispetto dei diritti umani: strumenti di data modeling per prevenire disastri imminenti e indirizzare meglio gli aiuti, bot per contrastare il traffico di minori, chatbot per il riconoscimento e la traduzione linguistica, algoritmi di deep learning per analizzare le situazioni in cui i diritti umani possono essere a rischio.

“Il programma – si legge in una nota – sarà sviluppato in stretta collaborazione con organizzazioni umanitarie e non governative, e prevede il ricorso a sovvenzioni, investimenti tecnologici e competenze condivise. Si tratta della terza proposta di Microsoft nell’ambito dell’iniziativa ‘AI for Good’ lanciata a luglio 2017, finalizzata a un accesso democratico all’intelligenza artificiale e alla diffusione su larga scala dei benefici a essa legati”. L’iniziativa complessiva finora ha visto lo stanziamento di 115 milioni di dollari.

 

Fonte: Repubblica/Tecnologia